La scritta che non c’è più
Con la Direttiva Macchine 2006/42/CE, la struttura era chiara: le istruzioni che accompagnavano la macchina erano “istruzioni originali” oppure “traduzione delle istruzioni originali”. Se mancava l’originale nella lingua del Paese di utilizzo, era richiesta una traduzione e quella traduzione doveva essere chiamata così.
Ma il Regolamento Macchine 2023/1230 non prevede più la dicitura “Traduzione delle istruzioni originali”.
Il Regolamento non usa più quella coppia originale/traduzione. Parla di istruzioni per l’uso e informazioni che accompagnano la macchina: documenti collegati al modello corretto, chiari, comprensibili, leggibili e nella lingua richiesta.
Ma il punto non è che cosa dovrai scrivere in copertina. Il punto è capire quali implicazioni pratiche ha questo cambiamento per le aziende come la tua, che fabbricano ed esportano macchine in tutto il mondo.
E per capirlo bisogna partire da una domanda più profonda:
Perché il legislatore ha fatto sparire proprio quella distinzione?
La risposta a questa domanda non è in una nota.
Non ho trovato una fonte ufficiale che dica: “la dicitura è stata eliminata per questo motivo preciso”.
La Commissione Europea dà però un’indicazione utile: la normativa macchine è costruita come impianto tecnologicamente neutro, cioè stabilisce requisiti essenziali di salute e sicurezza “without prescribing any specific technical solution”.
Tradotto nel nostro campo: non prova a inseguire ogni mezzo tecnico con cui arrivi al documento finale; fissa il risultato che devi garantire.
Motivo #1: le traduzioni non sono istruzioni di serie B
Nella Direttiva Macchine 2006/42/CE, la dicitura “Traduzione delle istruzioni originali” serviva a mantenere un riferimento all’originale verificato, in caso di dubbio sull’accuratezza della traduzione.
Ma, nella pratica, molti l’hanno usata come un paracadute mentale: come se riducesse il peso della versione estera.
Le versioni estere sono finite in uno scaffale separato: il manuale originale come riferimento, le traduzioni come documenti derivati, necessari, ma un gradino sotto.
Come se tu, fabbricante, potessi dire: “io cosa ne so del polacco? Io rispondo delle istruzioni originali. Quelle in polacco sono una traduzione. Al massimo, chiedete al traduttore”.
La comodità mentale era proprio questa: in fondo sono “solo traduzioni”.
Se quel documento accompagna la macchina nel mercato estero, non pesa meno perché lo hai chiamato “traduzione”. Pesa per quello che fa: guida l’utilizzatore.
Per il tuo utilizzatore, le istruzioni non sono “traduzioni”. Sono l’unico documento che ha a disposizione per far funzionare la macchina correttamente e proteggersi dai pericoli di un utilizzo improprio.
Il Regolamento elimina dal testo proprio la distinzione che alimentava questa scorciatoia mentale. Non credo sia un dettaglio: nella mia lettura, il legislatore ha voluto rendere molto più difficile continuare a trattare le lingue estere come copie minori.
Se vendi una macchina in Polonia, le istruzioni in polacco non sono una derivazione di serie B. Sono le istruzioni che l’utilizzatore può consultare per usare quella macchina in modo efficace e sicuro.
Motivo #2: non esiste un solo percorso per arrivare alla versione estera delle istruzioni
C’è poi un secondo motivo, più pratico.
Oggi non esiste un solo modo per arrivare alla versione estera delle istruzioni.
Per versione estera intendo il documento che il tuo cliente riceve nella propria lingua, che sia nato da una traduzione, da una rielaborazione del testo o da una riscrittura.
La versione estera può passare da un’agenzia di traduzioni, da un traduttore tecnico con revisore, da un agente locale che adatta il testo, da un distributore che corregge procedure e termini, da una filiale estera che riscrive intere parti, oppure da un technical writer madrelingua che produce direttamente la versione per quel mercato.
Alcuni di questi percorsi sono legittimi, e in certi casi sono la scelta più sensata.
Un nostro cliente, fabbricante europeo, riceveva dalla casa madre giapponese istruzioni molto visuali, quasi a fumetto. Per venderle in Europa non bastava tradurle: andavano trasformate in istruzioni accettabili per un utilizzatore tedesco o scandinavo, con struttura, layout e linguaggio diversi da quelli di partenza.
In quel caso non stavi portando parole da una lingua all’altra. Stavi costruendo istruzioni adatte a un mercato.
Se i percorsi possibili per arrivare alla versione estera delle istruzioni sono molti, non ha più senso racchiuderli tutti sotto la parola “traduzioni”.
Ma anche quando arrivano da un’agenzia di traduzioni, le certezze vengono a mancare.
Perché è proprio lì che la parola “traduzione” ha perso definitivamente la sua innocenza.
Motivo #3: la tecnologia ha sventrato il processo di traduzione
Da fuori sembrava tutto uguale: mandavi un file all’agenzia di traduzioni e ricevevi un file tradotto. In mezzo immaginavi un traduttore, un revisore, forse un project manager. Un processo lineare, almeno in apparenza.
In realtà, da anni la traduzione tecnica professionale non funziona più così. È stata smontata, automatizzata, compressa, ricombinata e resa molto meno leggibile da strumenti diversi: alcuni utilissimi, altri rischiosi, quasi tutti invisibili se ti limiti a guardare il file finale.
- Prima sono arrivati i CAT, gli strumenti di traduzione assistita.
Non sono intelligenza artificiale e non traducono da soli, ma hanno cambiato il processo alla radice: separano il testo dall’impaginazione, lo dividono in segmenti, lo confrontano con traduzioni già fatte, recuperano frasi identiche o simili e aggiornano le memorie.
Il manuale non viene più trattato come documento intero. Viene smontato in pezzi.
Se governato bene, questo riduce costi, tempi e incoerenze. Il tema nasce quando questo lavoro resta invisibile per chi guarda solo il file finale.
Nei manuali tecnici il “quasi uguale” non è sempre innocuo. In un’avvertenza di sicurezza, aggiungere o togliere un “non” può trasformare un divieto in un permesso.
- Poi è arrivata la Neural Machine Translation, una branca dell’intelligenza artificiale sviluppata appositamente per la traduzione automatica.
Tra il 2016 e il 2017, strumenti come Google Translate e DeepL hanno fatto percepire un salto enorme nell’automazione linguistica, molto prima che tutti scoprissero ChatGPT. Non producevano più le frasi goffe del vecchio traduttore online. Restituivano testi fluidi, plausibili, abbastanza buoni da sembrare utilizzabili.
La Neural Machine Translation è entrata nei processi di traduzione senza fare troppo rumore: negli strumenti professionali, negli ambienti CAT e nei flussi di lavoro delle agenzie che all’esterno continuavano a essere percepiti come “traduzione tecnica”.
- Poi sono arrivati i Large Language Model, i modelli di IA generativa come ChatGPT e Claude.
E qui il problema si è allargato ancora, perché non parliamo più solo di tradurre. Un modello generativo può riscrivere, uniformare, correggere, semplificare e riformulare. Può rendere il testo più uniforme, fluido e leggibile; proprio per questo, però, può rendere meno evidente dove il testo è stato davvero trasformato.
Non stai più guardando soltanto un traduttore, un revisore e un’agenzia di traduzioni che consegna il file.
C’è una filiera in cui il testo può passare da CAT, memorie, motori neurali, revisione umana, IA generativa, distributori e filiali prima di tornare a te come file finale.
Insomma, prima che il file torni a te, il testo può essere segmentato, recuperato, pretradotto, riscritto, uniformato e corretto da più mani e più macchine.
Chiamarlo semplicemente “traduzione” comincia a essere troppo comodo.
Il legislatore smette di inseguire il percorso. E guarda il documento che mandi sul mercato.
A questo punto, secondo me, il legislatore ha fatto una scelta molto concreta: ha smesso di chiedersi dove finisce la traduzione e dove inizia la manipolazione del testo, e ha deciso di guardare il documento che mandi sul mercato.
Non ti prescrive metodo, strumenti, tecnologie e fornitori.
Ti rende però molto più difficile ignorare che la responsabilità del risultato resta tua: la versione estera delle istruzioni.
Sul mercato devono arrivare istruzioni. Come ci arrivi è un tuo problema di processo.
Questa è la parte scomoda.
Perché se chiami quel documento “traduzione”, rischi di continuare a pensarlo come qualcosa che hai delegato fuori.
Se lo chiami “istruzioni”, il discorso cambia.
Quelle istruzioni hanno il nome della tua azienda sopra, accompagnano la tua macchina e guidano installazione, uso, manutenzione e sicurezza.
E se qualcosa non va, non basta dire che il file è tornato da un fornitore esterno.
Il tuo cliente non vede il percorso con cui quel documento è nato. Vede le istruzioni che gli hai consegnato.
Non basta che siano tradotte. Devono essere istruzioni.
A questo punto, se vuoi iniziare a governare il rischio invece di subirlo, devi rispondere in modo chiaro a due domande.
Domanda #1: le versioni estere delle istruzioni esistono davvero?
Prima ancora di chiederti se reggono, devi chiederti se esistono davvero: aggiornate, complete e riferite al modello, alla variante e alla revisione che stai consegnando.
Forse anni fa la tua azienda ha deciso di tradurre tutto nelle lingue dei mercati principali. Poi sono arrivate nuove varianti, nuovi Paesi, aggiornamenti minori, urgenze, richieste dei distributori, manuali recuperati dal prodotto precedente e versioni nate per una commessa specifica.
Da lì possono essere nate eccezioni che nessuno ha più riallineato.
A quel punto puoi ritrovarti con versioni che esistono solo in apparenza: valide per il modello precedente, ferme a una vecchia revisione, corrette da una filiale senza rientrare nel flusso centrale, oppure date per scontate finché un cliente o un distributore non le chiede davvero.
Se per un mercato serve una determinata versione linguistica delle istruzioni, quella versione non può vivere come favore al distributore o come file recuperato all’ultimo minuto.
Deve esistere, essere aggiornata e corrispondere al prodotto che stai consegnando.
Se le versioni estere delle istruzioni non esistono, il problema è evidente.
Ma anche se esistono, devi rispondere a una domanda ancora più scomoda.
Domanda #2: E se esistono, reggono davvero?
Una versione estera può esistere, essere impaginata bene e sembrare completa.
Può anche essere fluida, leggibile e formalmente rassicurante.
Ma questo non basta a farne istruzioni adeguate per una macchina, un mercato e un utilizzatore reale.
Per anni abbiamo tenuto insieme due cose diverse sotto la stessa parola: le parole in un’altra lingua e le istruzioni che accompagnano la macchina.
Oggi ottenere parole in un’altra lingua è molto più facile di un tempo. Su testi semplici o a basso rischio può anche bastare.
Ma una versione estera delle istruzioni non vive sullo schermo di chi la produce. Vive davanti a un utilizzatore, in un contesto operativo, con una macchina reale.
Se una versione linguistica non esiste, hai un vuoto.
Se esiste, il problema non è automaticamente chiuso: devi capire se quel documento regge davvero come istruzioni.
A questo punto nasce il passaggio che non si risolve guardando il documento finito.
Perché tra il file che esce dalla tua azienda e la versione estera che torna pronta da consegnare c’è un pezzo di realtà che devi conoscere.
Senza fidarti di una procedura certificata.
Che può essere ordinata, sicuramente meglio di un processo improvvisato.
Ma la domanda resta: quel documento, nella lingua del mercato, regge davvero come istruzioni per quella macchina?
Per rispondere, non basta guardare la copertina o il file finale.
Prima di approvare un’altra versione estera, cambia domanda
Il punto non è trasformarti in traduttore o sostituirti al fornitore.
Il punto è smettere di guardare la versione estera come un file che torna indietro.
Se quel documento accompagna la macchina, nella lingua del mercato, con il nome della tua azienda sopra, non è una semplice traduzione da archiviare.
È una versione linguistica delle istruzioni.
E allora la domanda non è più:
“Chi mi traduce questo manuale?”
La domanda diventa:
“Quale processo produce le istruzioni che sto consegnando al mercato estero?”
Nel video collegato a questo articolo ti mostro cosa c’è sotto quella parola che per anni abbiamo chiamato “traduzione”: la scatola nera che sta tra il file che mandi al fornitore e le istruzioni che il cliente estero riceve.
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